La donna di Cirano che partorì tre gemelle... era mia madre

MEMORIA - UNA FOTOGRAFIA, UNA STORIA

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Data pubblicazione: 

13/03/2009
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1959

Correva l’anno 1942.
La mia famiglia, seppur contadina, poteva ritenersi abbastanza fortunata: una cascina e sedici pertiche di terra di proprietà, infatti, le garantivano un discreto tenore di vita. Non dovevano pagare l’affitto e vivevano con quel poco che la terra offriva loro.
Ma erano, quelli, anni grami per tutti. La guerra imperversava in tutta Europa, non dava tregua nemmeno nei nostri piccoli paesi. La spesa si faceva con la tessera ed il latte prodotto veniva misurato e razionato. La situazione già diffi cile si complicò ulteriormente, per la mia famiglia, quando a maggio (un mese prima del previsto) mia madre partorì le gemelle che andarono ad aggiungersi ad una famiglia già moderatamente numerosa (per i canoni dell’epoca), composta da otto persone più o meno anziane.
Mia madre lavorava su una macchina da cucire a pedali per otto ore al giorno, e gli ultimi mesi di gravidanza le dimensioni della sua pancia erano tali che a fatica riusciva ad allungare le mani sulla macchina. «Forse saranno due», disse la levatrice, ma quando nacque la terza mio padre, preoccupato, lanciò lontano il cappello che aveva in testa. Anche se il medico sentenziò la morte precoce delle gemelline nate sottopeso, l’allattamento materno prima e l’olio di fegato di merluzzo poi, dimostrarono il contrario.
La notizia di un parto plurimo passò velocemente di bocca in bocca, e quando il nonno materno (anch’egli contadino) portò il latte della mungitura del mattino in paese dal lattaio, la voce si era già ampiamente divulgata. Capì immediatamente che la donna di Cirano che aveva dato alla luce tre bimbe era sua figlia.
Fu la prima visita che mia madre ricevette. Era contenta ed orgogliosa, ma allo stesso tempo turbata, quasi sentendosi in colpa nel presentarsi a casa con tre bocche in più da sfamare. Per questo motivo il nonno le propose semplicemente di lasciarne una al fratello senza figli. Le avevano disposte di traverso in un lettino accanto al suo. Erano piccine piccine ma belle paffutelle. Le guardava ed il pensiero di cederne una le stringeva un nodo alla gola.
Non sarebbe mai riuscita a sceglierne una, le amava tutte allo stesso modo e decise che si sarebbe tenuta le sue figlie. Quando i gerarchi fascisti, padroni del paese, vennero a sapere dell’avvenimento, decisero di occuparsi personalmente del battesimo, indipendentemente dalla volontà dei genitori. Procurarono le madrine tra i fascisti di spicco e imposero loro i nomi delle fi glie del re: Iolanda, Vittoria, Mafalda che mia madre riuscì a cambiare in Maria. Mio padre, antifascista convinto, tentò di opporsi ma lo minacciarono e dovette cedere ed adeguarsi.
Organizzarono una cerimonia in pompa magna con in testa il podestà. Non mancarono i tricolori, i balilla, le piccole italiane e le camicie nere. Scattarono foto e fecero festa. I miei tornarono a casa con l’amaro in bocca. A Gandino diversi opifici sorgevano accanto al torrente Romna, vi si producevano soprattutto lane e davano lavoro a numerose persone. I fascisti, all’insaputa dei miei, incaricarono i loro fedelissimi di fare una colletta tra gli operai per aiutare quella «povera donna delle gemelle».
Mia madre venne a sapere della cosa molto tempo dopo da un’operaia di sua conoscenza, che voleva sapere quanto era fruttata la raccolta. Inutile dire che i soldi li avevano spesi loro organizzando un banchetto alla salute delle bimbe! La classe dirigente di quegli anni compì soprusi ben più gravi in paese, ma mio padre, fi no alla sua morte, pensò di aver subito un torto ed ogni qualvolta ne parlava, c’era in lui il rammarico di quella sua ribellione sedata e mai accettata. Mia madre per tre mesi di fila rimase chiusa in camera, uscendo solo l’indispensabile. Mio padre le portava il cibo e le dava una mano, per quanto possibile.
Essendo le piccole premature, le poppate si prolungavano e una volta finito con l’ultima, mia madre doveva ripartire dalla prima, così di giorno e pure di notte. Mio fratello, che all’epoca aveva due anni e mezzo, si era visto spodestato da quelle tre frignette e così dormiva poco e faceva sempre i capricci. Per farlo addormentare bisognava cullarlo. Mio padre allora legò uno spago alla culla, ma essendo disposto al lato opposto del letto, dovette fare passare il cordino sopra la mamma; così cullava e cullava fi n quando la stanchezza ed il sonno lo prendevano. Ma non appena il dondolio si attenuava il piccolo strillava: «nina, nina dócà!».
Mia madre raccontava che fu il periodo più diffi cile, era a completa disposizione delle neonate che non le davano un attimo di tregua. L’aiuto della nonna e delle zie risultò fondamentale. Allora si viveva nelle ristrettezze, comodità non ne esistevano, e le cose che aveva preparato per l’avvento delle bambine erano poche: solo qualche tacù e pochi pannicelli. Oggi che sotto questo punto di vita c’è di tutto, possiamo immaginare come fosse difficile far fronte alle necessità che tre piccole avanzavano, considerando che oltretutto in casa non c’era l’acqua. Era una donna di ventotto anni sana e forte, latte ne aveva in abbondanza per tutte e fino al raggiungimento del peso normale, che si verificò intorno al sesto mese, le nutrì col solo latte materno.
Con una di loro, la più gracile, l’allattamento si protrasse fino ai due anni. Quando nascemmo io, sei anni dopo e mio fratello otto, non aveva più latte. Le gemelline glielo avevano prosciugato e dovette allevarci con latte vaccino allungato con acqua. Le piccoline crescevano bene, due erano talmente identiche che la mamma per riconoscerle annodava un fiocco diverso ad entrambe, «chissà, alcune volte le avrò scambiate» diceva, ma il nome non era poi così importante. I responsabili del bollettino parrocchiale «La Valgandino» le invitarono dal fotografo, al compimento dei sei mesi di età, per immortalare la triplice maternità e pubblicarla sul giornalino.
Per l’occasione riuscì a procurarsi della lanetta rosa, cucì le vestine e le abbellì con ricami a nido d’ape, lavorò ai ferri le cuffiette e le babbucce, operò anche di notte per preparare tutto, come ci riuscì non lo so. Appuntò su ognuna di loro il fiocco di riconoscimento, indossò il suo abito della festa (l’unico) e si mostrò fi era all’occhio della camera fotografi ca. Quella foto fa ancora bella mostra nel salotto di casa mia e delle mie sorelle, ed io la espongo con orgoglio. L’orgoglio della storia che ha portato a questa foto: una storia fatta di sacrifici, sofferenze e rinunce in un periodo complicato; ma di grande forza, coraggio ed umiltà, dove l’amore e la grande fede nella Provvidenza Divina di una donna vinsero tutte le traversie e le avversità di una realtà terribile.

Autore: 

Rosi Caccia

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